IL CASTELLO DI MONTALBANO

di G. MILIGI

La prima notizia che abbiamo dell'esistenza del castello ce la dà il famoso geografo arabo Edrisi (Al Edris) nel suo celebratissimo Libro di Ruggero, sicuramente portato a termine prima del 1154 (data di morte del monarca normanno committente e dedicatario dell'opera)e concepito come una grande didascalia al planisfero d'argento che lo stesso Edrisi aveva realizzato sempre su committenza di re Ruggero. Scrive Edrisi:(... da Randazzo a Montalbano corrono venti miglia. La rocca di Montalbano, posta in mezzo ad alte montagne, è aspra a salirvi ed a scendere. Ma non ha eguali per l'abbondanza del bestiame, del Miele e di ogni prodotto dei campi~.
Verso la metà del sec. XII esisteva quindi, già da tempo, il toponimo Montalbano ed un fortilizio attorno al quale pullulava un'intensa attività produttivla. Tanto ci porta a spostare all'indietro di qualche tempo (forse addirittura al tempo del dominio arabo) le origini:del prirno nucleo di quella che sarà poi la complessa struttura del nostro castello - nucleo certamente da individuare nel fabbricato a pianta rettangolare posto sulla cima del colle, che tuttora sovrasta la zona fortificata successivamente sorta sotto a quota piu bassa. Resta da stabilire se le due torri di cui rimangono tuttora i ruderi (pentagonale quella sul lato Ovest e quadrata l'altra sul lato opposto dell'antica rocca) esistessero già sin dall'origine o non piuttosto siano state aggiunte successivamente: al tempo della ricostruzione della rocca ordinata da Federico II di Svevia che precedentemente l'aveva rasa al suolo.
Vale la pena spendere qualche parola per i riflessi che avrà tale vicenda sulla formazione del castello. L'avvento dei Normanni, succeduti agli Arabi nel dominio dell'isola, aveva introdotto in Sicilia il sistema feudale destinato a durare sino agli inizi dell'Ottocento. Non sappiamo nulla di preciso circa la posizione giuridica di Montalbano in tale sistema al tempo degli Altavilla. ma un documento del 1211 ci attesta che ~~Montalbano con tutti casali e tenimenti suoi", per disposizione di Federico II di Svevia, era entrato a far parte del "dodario" (la dote) della moglie Costanza d'Aragona e, come tale, apparteneva al demanio regio, sotto il controlIo diretto della corona., E così, quando nel 1232 il nostro si schierò con i centri ribelli dell'isola che non accettarono le Costituzioni di Melfi ritenendole lesive dei diritti dei vassalli, la reazione di Federico II fu particolarmente dura. La terra~~ fu messa a sacco, la rocca fu rasa al suolo, sterminati gli abitanti e deportati ad Augusta quelli scampati all'eccidio. Ma l'importanza strategica del luogo persuase ben presto l'imperatore della necessità non solo di ricostruire, ma addirittura di potenziare le fortificazioni. Così nel giro di un biennio (1239/40) riapparve la rocca turrita sulla sommità del colle alle pendici del quale successivamente (sempre in epoca sveva, ma qui non è il caso che mi soffermi ad avanzare o a discutere ipotesi circa i tempi e le fasi della realizzazione) sorse un campo trincerato a rinforzare la difesa del lato Est: il Piu vulnerabile.

Prese forma così una nuova costruzione, destinata a diventare nel tempo il corpo principale del castello come ancor oggi lo vediamo. Era, all'inizio, un camminamento coperto che si sviluppava senza soluzione di continuità, disegnando attorno -alle pendici del colle una specie di quadrato pressochè perfetto. La nuova costruzione restava chiusa tra un poderoso muro esterno merlato dello spessore di m. 1,40 (senza altra apertura che non fosse quella delle 47 feritoie disposte alla sua base ad intervalli regolari) ed un muro interno piu sottile (70 cm.) che dava luce al camminamento attraverso una serie di finestrelle (sempre ad intervalli regolari ma a distanza ravvicinata) poste in alto, sotto la linea di gronda. Nella sua configurazione globale, il castello aveva già assunto, in epoca sveva (tra Federico e Manfredi, cioè), nella geometria dei suoi volumi, il profilo che tuttora conserva. Agli anni della dominazione angioina rimanda la data A.D.MII.C.~.L.X.X. (1270) recentemente scoperta all'interno della cisterna che raccoglieva I'acqua degli spioventi del nuovo corpo. Ed è incerto se sia da riferirsi alla costruzione del serbatoio o ad un intervento successivo sullo stesso.
Nel periodo aragonese, che ebbe inizio nel 1282 con la sollevazione dei Vespri Siciliani, il castello, subito sotto il regno di Federico II d'aragona, visse il suo periodo di maggiore splendore. Al monarca aragonese erroneamente il Fazello attribuisce il merito della costruzione (o ricostruzione) ab imisfundamentis dell'edificio. Vero è invece che, conclusa la pace di Caltabellotta (1302), Federico compì un'opera ancor più difficile e meritoria: la trasformazione del nuovo corpo svevo da fortezza in reggia. Una trasformazione che, voltate le spalle al Medioevo, sembra esprimere I'auspicio di tempi piu lieti e Più umani.
Mediante opportune pareti divisorie, fu dato anzitutto allo spazio interno l'assetto rispondente alle esigenze di vita ed alle funzioni del sovrano, dei dignitari di corte e degli armigeri di scorta. Fu inoltre costruita una cappella a ridosso dell'ala Est, vicina alle stanze destinate ai sovrani e alla corte. Infine fu aperta sull'arcigna nudità del muro esterno, lungo l'intero suo perimetro, una teoria ritmica di grandi finestre. Con tali interventi che appaiono organici ad un preciso progetto, il sovrano aragonese diede all'interno del castello un nuovo assetto funzionale, in certo senso definitivo, e conferi all'esterno una inedita e singolare facies estetica: quell'imponenza elegante e composta che ne fa un unicum nel suo genere.

Montalbano fu, a detta del Fazello, tra le dimore preferite da Federico II che periodicamente vi soggiornava per la cura delle acque consigliatagli dal suo vecchio precettore Arnaldo da Villanova - una delle figure piu eminenti e complesse della cultura del tempo: filosofo, scienziato, teologo e riformatore religioso in odore di eresia; ma soprattutto medico celebratissimo che ebbe in cura papi, sovrani e personaggi d'alto rango: laici ed ecclesiastici.
Arnaldo fu a piu riprese ospite del suo antico allievo nel castello e Montalbano ricorre piu volte nei suoi scritti.

Alla fine del '300, si conclude il periodo in cui I'appartenenza al demanio regio poneva il castello in una posizione di prestigio e si apre un piu grigio periodo, ma forse piu propizio alla crescita della comunità che si addensava attorno. Nel 1396 - poco piu di sei secoli fa - un diploma di reii/lartino (il Giovane) concede a Tommaso Romano barone di Cesarò, la contea di Montalbano. Da reggia, il castello scade a palazzatto feudale: centro amministrativo dei beni del signore e punto di riferimento della vita civile (politico-giudiziaria) di un piccolo centro montano: vestito troppo largo per un corpo così gracile.
La signoria dei Romano durò due secoli fino a quando non passò, alla fine del '500, a Filippo Bonanni al quale la portò in dote I'ultima erede dei Romano. Due secoli durò anche la signoria dei Bonanni che nel 1623 ottennero da Filippo IV la "promozione~"~ del feudo di Montalbano da contea a ducato. Fu questa promozione,~ l'inizio di una escalation,, che portò la famiglia ai piu alti livelli di ricchezza e di potenza in Sicilia. Principi di Cattolica e di Roccafiorita, marchesi di Misilmeri e di Limina e via elencando per una ventina di titoli ed altrettanti possedimenti i Bonanni trascurarono del tutto il disagevole feudo montano affidandolo a governatori per la parte giudiziaria ed a personale dipendente per l'amministrazione dei beni.

Nessun mutamento di struttura si ebbe all'esterno del castello durante i quattro secoli di dominio feudale - all'interno per esso prese sempre piu decisamente, l'aspetto di una grande masseria. Nel 1805 i Bonanni vendettero il feudo di Montalbano ai padri della Compagnia di Gesù che di fatto ne presero possesso, insediando nel castello un piccolo gruppo di religiosi, nel 1813: quando già da un anno il Parlamento Siciliano, su pressione degli Inglesi, aveva decretato l'abolizione della feudalità.
Per una disparità di pareri sull'interpretazione della nuova legge si accese un lungo contenzioso tra l'¥universita¥ di Montalbano ed i Gesuiti. La lite, iniziata nel 1814, si concluse dopo circa un trentennio con la sconfitta dei religiosi che nel 1848 ritirarono dal castello la piccola comunità affidando l'amministrazione dei loro beni a laici del luogo di loro fiducia. Con i Gesuiti il castello subì l'ultima metamorfosi. dopo aver assolto le funzioni della reggia, del palazzotto¥: feudale, del magazzino-deposito di prodotti agro-pastorali, I'edificio fu chiamato ad assolvere anche quelle che sono proprie di un convento. Di quest'ultima singolare vicenda resta come segno visibile l'archetto che salda due merli del lato Sud, costruito per reggere una piccola campana che chiamava i fedeli alle funzioni liturgiche che si celebravano nella cappella (che fu ingrandita a tal uopo, mediante un nuovo corpo che le fu aggiunto aprendo la parete meridionale della stessa). Alla cura delle anime i Gesuiti si dedicarono con lo zelo e l'impegno che caratterizza il loro ordine: una spia significativa della loro influenza sono i tanti Ignazio e Luigi che troviamo in tutti gli strati sociali del paese.
Con le cosiddette leggi eversive del 1866 il castello passò al demanio: si aprì il periodo piu triste della sua storia ed, in certo senso, anche della storia del paese. Diventato res nullius, l'antico edificio fu letteralmente messo a sacco: spogliato di quanto poteva riuscire utile agli anonimi predoni: arredamento, infissi e persino tegole.
Poteva essere la scomparsa totale di un bene prezioso d'incomparabile bellezza: le foto di Enzo Sellerio per il volume di Gioacchino Lanza Tomasi (Castelli e monasteri sicil~iani) sono testimonianze di un degrado che preannunzia prossimo il dissolvimento Fortunatamente, a scongiurare la catastrofe, venne l'intervento della Regione (e gran parte del merito va dato alla Pro Loco del tempo, presieduta dall'amicq Ignazio Faranda, che tale intervento ha insistentemente sollecitato).
L'augurio che formulo in chiusura è che l'opera.o salvataggio sia portata a totale (sottolineo l'aggettivo) compimento.
Per ciò fare non è sufficiente il completamento dei lavori di restauro da tempo sospesi (e va data lode al nostro corrispondente della ¥Gazzetta del Sud¥, prof. Benito Gagliardo).
Occorre anche pensare ad una ristrutturazione dell'interno: funzionale ad un progetto organico che faccia del castello un centro vivo e vitale di attività, economicamente autosufficiente in linea con i tempi:ed aperto alle prospettive del futuro.
Come dire che occorre ridare pienezza di vita a queIlo che è stato, sin dalle origini e, poi, durante l'intero arco della sua parabola storica, testimone e principale motore della vita della comunità cittadina.

Per ciò fare, tenendo conto che il Consorzio Universitario è oggi una concreta realtà che apre nuove prospettive di sviluppo al paese, la proposta che avanzo e che il progetto organico cui si è appena accennato preveda la trasformazione del castello in un centro polifunzionale di attività culturali, modernamente attrezzato e prevalentemente orientato allo studio, conservazione e tutela dei Beni Culturali e Ambientali nonchè alla formazione del personale che, ai vari livelli di competenza, è chiamato ad operare in tale campo che, essendo in grande espansione, offre larga possibilità di lavoro (ma professionalmente qualificato) .
Ma ridargli vita significa anche riconoscere come irrinunciabile la sua funzione di "monumento"(uso la parola nel suo significato etimologico di "strumento per ricordare": e cioè la sua funzione di stimolo alla memoria storica - condizione indispensabile per' una presa di' coscienza della propria identità culturale (si tratta in definitiva - come avevo premesso all'inizio di riproporre l'antico rapporto in una nuova e piu intima dimensione).

A tal proposito, desidero, a conclusione di questo mio discorso, fare due osservazioni.
La prima è, piu che altro, una denuncia. La denuncia di un imperdonabile errore in cui sono in corsi i responsabili del restauro e a cui un minimo di "decenza" culturale impone che si ponga riparo.
Alludo alla ricostruzione dei merli che, originariamente a coda di rondine, sono diventati rettangolari, qualificando come guelfo un edificio che essendo svevo-aragonese piu ghibellino di così non si può immaginare!
La seconda, invece, è una proposta. Anzi un auspicio che sommessamente avanzo.
Penso alla cappella;fatta costruire da Federico II d'Aragona, assai vicino agli spirituali francescani e promotore già di un progetto di riforma, religiosa ispiratagli dal suoi vecchio precettore Arnaldo da Villanova. L'auspicio è che la cappella sia restaurata e, previo accordo con la competente autorità religiosa, riconsacrata e dedicata alla Beata Costanza, già regina di Sicilia, madre di Federico e sposa di Pietro III d'Aragona: che, rimasta vedova, si fece clarissa e fondò in Messina un Monastero dedicato a S. Chiara.

 

dalla raccolta di testi e poesie sul galloitalico montalbanese " U Girassuri"